FROM BLUR TO DAMON ALBARN

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I must admit that Damon Albarn is a smart man. After having played with his well-known band, the super English Blur, releasing with them 7 albums (Leisure, Modern Life Is Rubbish, Parklife, The Great Escape, Blur, 13, Think Tank ), after ​​4 albums with the hip hop / rock / electronic band Gorillaz ( Gorillaz, Demon Days , Plastic Beach , the Fall ), after some experiments with the alternative rock supergroup with no name (the album was called the Good , the Bad & The Queen), after the complicated demo Democrazy, after having tasted some African music (Mali music) , after having released music for some soundtracks (for the films Ravenous , 101 Reykjavik , Ordinary Decent Criminal ) and for opera (Doctor Dee ) , Mr. Damon Albarn at 46 years old has decided it was finally the right time to go solo. With a resume and a musical DNA as his , what I expected was a complicated album with a lot of concentration required to be listened to – exactly what happened to me a few years ago with “The Eraser” by Thom Yorke . It was not like that. As soon as I pressed play I was greeted by a personal and thoughtful album, intelligent  and floating. I am not saying that is an easy listening, in fact the album revolves around the dichotomy between nature and technology: a brave, interesting, difficult, very modern topic.

What a beautiful and healthy evolution! Damon Albarn decided to start all over again using the many languages that he learnt duling his career of art to create his very own, unique way to speak and to communicate to his public.And I appreciate his language is never excessive, but delicate and intimate to talk about how much and how technology if pushed beyond some (healthy) limits generates alienation for the people (the song “Everyday Robots” from the title track is the clear example). A record that questions the most powerful beliefs of our time, Technology, in a such intelligent and responsible way is a different and all grown-up point of view and should be carefully listened to and explored, and I really think it can only be good for your heart and mind.

What a big difference from the happy, carefree and a little bit superficial Britpop of the ‘90s!

DAI BLUR A DAMON ALBARN

Bisogna ammetterlo, Damon Albarn è davvero un gran furbo. Dopo aver suonato con il suo storico gruppo, gli inglesissimi Blur, e avere prodotto con loro 7 album (Leisure, Modern Life is Rubbish, Parklife, The Great Escape, Blur, 13, Think Thank), dopo avere realizzato 4 album con la band hip hop/rock/elettronica dei Gorillaz (Gorillaz, Demon Days, Plastic Beach, The Fall), dopo avere continuato a sperimentare con il supergruppo di alternative rock senza nome (l’album si chiamava The Good, The Bad & The Queen), dopo i complicatissimi demo di Democrazy, dopo un assaggio di musica africana (Mali Music), dopo colonne sonore (per i film Ravenous, 101 Reykjavik, Ordinary Decent Criminal) e un’opera (Doctor Dee), a 46 anni Damon Albarn ha deciso che fosse finalmente giunto il momento di “mettersi in proprio” e di realizzare il suo primo lavoro da solista. Con un curriculum e un DNA musicale come il suo, così variegato mi aspettavo un album piuttosto complicato e che avesse bisogno di tanta concentrazione per essere ascoltato come mi era capitato qualche anno fa con The Eraser di Thom Yorke. Non è stato così. Non appena ho schiacciato play sono stata accolta da un disco personale e riflessivo, fluttuante e intelligente. Non voglio dire che sia un disco facile, e infatti il tema di questo album lo dimostra: è la dicotomia natura/tecnologia, un argomento coraggioso, interessante, scivoloso, modernissimo e di portata enorme.

E’ una bella e sana evoluzione questa dell’artista Damon Albarn, che si è messo in gioco con la consapevolezza di avere imparato durante il suo percorso artistico tanti linguaggi che gli hanno dato la possibilità di creare il proprio, unico modo di parlare al pubblico. E apprezzo che abbia scelto un linguaggio non eccessivo, ma delicato e intimo per parlare di quanto e come la tecnologia spinta al di là di certi sani limiti generi l’alienazione delle persone (la canzone “Everyday Robots” che da il titolo all’album ne è il chiaro esempio). Un disco che mette in discussione il più potente credo dei nostri giorni, la tecnologia, in modo intelligente e responsabile è un punto di vista diverso e adulto che va ascoltato ed esplorato, e che non può che fare bene al cuore ed alla mente.

Quanta strada dall’allegro, spensierato e un pò superficiale Britpop degli anni ’90!

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